Un libro-inchiesta sulla realtà dei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio italiani), ossia strutture adibite all’identificazione e trattenimento di migranti irregolari privi di regolare permesso di soggiorno, in attesa di un provvedimento che valuti la possibile espulsione dal nostro paese e un ritorno in quello di provenienza.
Il volume “Gorgo Cpr: tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” a cura di Lorenzo Figoni e Luca Rondi, è stato presentato Mercoledì 22 Gennaio presso la Sala Conferenze del Polo Bibliotecario di Potenza. Figoni è un avvocato, esperto in politiche migratorie, mentre Rondi è un giornalista, specializzato in reportage e inchieste per il mensile Altraeconomia.
il saggio è una vera e propria inchiesta sulla gestione dei Cpr e le condizioni di vita a cui sono sottoposti i sans-papiers, ossia gli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno a norma di legge, che vivono spesso sino a 18 mesi chiusi in gabbie di pochi metri quadrati, in attesa di una remota possibilità di ritorno in patria.
Gli autori mostrano come in tutta Italia, da Torino a Milano, da Trapani a Caltanissetta, da Bari a Genzano di Lucania, l’esistenza di questi detenuti amministrativi, si svolga tra salute calpestata e dignità umana negata, tra spazi angusti e inattività totale, sofferenza psicologia e ricorso “sedativo” a psicofarmaci.
Si tratterebbe di un modello gestionale dei Cpr, esportato anche in Albania, che lo Stato delega a società e cooperative, privati e multinazionali, tramite appalti milionari e carte false.
Intervistato ai nostri microfoni Luca Rondi ha dichiarato: “l’esigenza di scrivere un libro del genere nasce dal bisogno di unire anni di inchieste svolte insieme a Lorenzo Figoni su diversi temi inerenti i 10 Centri per il rimpatrio attualmente presenti in Italia e che ospitano le persone sprovviste di un regolare documento di soggiorno; soltanto meno del 50% di tali immigrati, statisticamente, ottiene il rimpatrio”.
Il saggio “approfondisce diversi filoni da noi seguiti: dall’abuso di psicofarmaci alle irregolarità contrattuali relative agli appalti assegnati alle società private che gestiscono questi luoghi e il tema della salute calpestata e delle vite perdute di coloro che entrano in tali centri, e che non sempre ne escono.
Basti pensare a Ousmane e Moussa, due degli oltre trenta morti all'interno di questi nonluoghi; non a caso la prefazione stata affidata a Mariama Sylla e Thierno Amadou Balde, rispettivamente sorella e fratello di Ousmane e Moussa, apre uno spunto di riflessione su ciò che sono costretti a subire le persone ospitate per il solo non possesso di un documento, circostanza che non è neanche sempre o necessariamente una colpa”.
Si tratta di “luoghi di separazione etnica, dove si entra unicamente sulla base del fatto di essere stranieri. Il libro ha uno scopo informativo, teso a far conoscere al pubblico cosa sono questi centri, spesso autentiche strutture fatiscenti, e al tempo stesso ha il fine di provare a incidere sulla realtà per cambiarla. Il sistema purtroppo è più vivo che mai, come testimonia l’apertura in Albania dei centri per migranti, a testimonianza del fatto che le inchieste giornalistiche e giudiziarie sono state usate strumentalmente usate dalla politica per un ampliamento del modello gestionale e la sua esportazione all’estero, col pretesto che la diffusione anche in quel paese di tali strutture abbia uno scopo di prevenzione delle partenze”.
Sul tema dello sperpero di denaro pubblico. Rondi ha ricordato che “il sistema Cpr nasce in Italia nel 1998 come risposta dell’allora governo italiano al problema migratorio e dei flussi in entrata, negli anni di introduzione del sistema Schengen, tramite cui si è permessa l’abbattimento dei confini interni e la libera circolazione di merci e persone tra i paesi membri dell’Unione Europea. Spesso i Cpr sono le prigioni degli stranieri, i centri in cui si entra non per reati penali, come una certa propaganda politica propugna, ma per un banale illecito amministrativo, che chiunque di noi commette, ad esempio, quando un autovelox registra che abbiamo superato i limiti di velocità. Il periodo di detenzione può arrivare sino ai 18 mesi e si svolge in condizioni che più volte, il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha definito a più riprese inumano e degradante”.
L’atteggiamento del Ministero degli Interni e quindi dello Stato “è di minimizzazione e dell’elusione dei problemi emergenti dalle inchieste giudiziarie amministrative; attualmente sono in corso sei processi su 6 dei 10 attuali Cpr italiani, il che significa che se le Procure si muovono così tanto il sistema Cpr è probabilmente malato e pieno di falle”.
L’incredulità della storia di Ousmane e Moussa “è decisiva per comprendere la portata del sistema Cpr, dove non è consentito agli immigrati neanche la possibilità di avere un telefono e restare in contatto con la propria famiglia, che hanno saputo della morte dei loro cari tramite un whatsapp di loro connazionali. Mariama Sylla, ad esempio, non sentiva il fratello da tre mesi, e quando ha avuto sue notizie ha scoperto che si era suicidato. Moussa e Ousmane sono tra l’altro entrate in questi luoghi dopo essere stati vittime di violenze: Moussa a Ventimiglia, picchiato brutalmente da tre persone all’uscita di un supermercato, Ousmane, invece scappato dai maltrattamenti subiti in un centro di accoglienza. Erano persone da tutelare, che invece si sono viste rinchiuse in centri in cui hanno deciso di porre fine alla loro esistenza, per le ingiustizie subite”.








