Incontro con l'autrice: Diana Camardo
Quel luogo, un tempo inospitale e disabitato, era da tutti conosciuto e chiamato Terra Arsa per la desolazione che vi regnava, un suolo arido e crepato dal sole incapace di dar vita persino al più umile dei cardi. Ora i vigneti si estendevano a perdita d’occhio, opulenti e carichi di grappoli rigogliosi, e quel nome, TERRARSA, pareva un ossimoro perché parlava di una terra bruciata e assetata che era oggi un inno alla fecondità, un miracolo reso possibile dal sudore dei contadini.
Lo stemma stesso dei Conti Tancredi di Terrarsa, era rappresentato da quattro torri che incarnando i pilastri del loro potere, Giustizia, Sapienza, Fortezza e Temperanza, si ergevano su una roccia di terra asciutta dalla quale originava una pingue spiga di grano rigogliosa e un tralcio di vite florido e opulento e il motto inciso recitava “ Ex Ariditate, Ubertas ”.









