L’Italia ripudia la guerra

L’Italia ripudia la guerra è il titolo del laboratorio di educazione civica che si è tenuto sabato 31 Gennaio presso il Polo Bibliotecario di Potenza. L’incontro è stato presieduto dal sacerdote don Marcello Cozzi e, in collegamento video, dal prof. Francesco Pallante, docente di diritto costituzionale presso l’Università di Torino. 

L’oggetto principale della discussione è stato l’articolo 11 della Costituzione che testualmente recita: L' Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.  

L’incontro ha preso il via con un filmato tratto dal film “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, che ultimamente, in occasione della Giornata della Memoria, la senatrice a vita Liliana Segre ha citato come emblema della prepotenza di alcuni leader mondiali che rompono i patti a loro piacimento, giocando a conquistare le nazioni.  

Un film vecchio ma sempre attuale, per i temi trattati: l’assurdità della guerra, la disumanizzazione del nemico e l’odio costruito sui nazionalismi estremi. Non a caso, il discorso finale del libro è considerato uno dei discorsi più belli che sia mai stato pronunciato per promuovere un’umanità fondata su valori sani come la pace, il rispetto e la solidarietà

Il prof. Pallante ha esordito ricordando come la via del diritto, attraverso l'istituzione dell’ordinamento statale, teorizzato da filosofi come Weber e Hobbes, sia un tentativo di arginare la naturale pulsione umana alla violenza e ai conflitti, individuali, statali (diritto interno) e internazionali: “in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale vi fu una consonanza tra le carte costituzionali statali e l’ordinamento internazionale

Infatti, accanto alla Carta delle Nazioni Unite, troviamo all’interno delle tre potenze sconfitte, Germania, Italia e Giappone delle costituzioni pacifiste (art.9 di quella giapponese, art.26 di quella tedesca e l’art.11 di quella italiana). 

In particolare, nella Costituzione giapponese è possibile rinvenire la rinuncia non solo alla guerra, ma anche al riarmo e alle forze armate; in quella tedesca, la rinuncia al riarmo è invece condizionata, mentre non vi è quella alle forze armate, che hanno tuttavia un carattere meramente difensivo. Infine, in quella italiana la rinuncia alla guerra è espressa in termini di ripudio, condannata con questo termine sia dal punto di vista giuridico che morale. 

Vi è -ha proseguito Pallante- un aspetto decisivo nell’art.11 della nostra Costituzione. Il ripudio della guerra è rafforzato dall’imposizione della pace nelle relazioni internazionali che lo Stato persegue limitando parte della propria sovranità, in contrapposizione al precedente atteggiamento che aveva portato il paese a politiche colonialiste e razziste, riprese e amplificate dal regime fascista".  

Aggiungendo che acconsente, alle limitazioni di sovranità necessarie affinché maturi un ordinamento in grado di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni. E concludendo, che promuove le organizzazioni a carattere internazionale che dovessero sorgere allo scopo sopracitato”. 

L’ideale antibellicista “fu perseguito a livello nazionale (ampio consenso da parte dell'Assemblea costituente) ed europeo (unione confederale tra Stati che rinunciano ad una fetta della propria spinta sovranista per la prevenzione delle controversie).  

Nel 1945 nasce l’ONU, che impone l’obbligo della pace ed il divieto della forza e della possibilità che gli Stati possano esercitare lo stato di guerra, sebbene storicamente questo principio non sia stato sempre rispettato, per la difficoltà degli Stati di rinunciare al controllo totale delle proprie forze armate” 

La difesa della patria “divenne l’unica possibilità di ricorso alla guerra, almeno secondo quanto sancito dall’art.51 della Carta delle Nazioni Unite, e dall’art.52 della Carta costituzionale. A livello nazionale le difficoltà sono sorte dal carattere programmatico della nostra Costituzione, che si pone degli obiettivi da realizzare nel tempo o a cui aspirare, il che ha portato alcuni giudici a ritenere essa non prescrittiva ma subordinata all’emanazione di leggi attuative in merito ad un certo argomento; una sentenza della Corte Costituzionale del 1956, fortunatamente ha ristabilito la centralità della Costituzione rispetto al potere decisionale di cui i governi dispongono nel proprio operare” .

Lo stesso art.11 della Costituzione italiana successivamente è stato reinterpretato facendo appello ad alcuni commi “separati”: la guerra viene ripudiata ma al tempo stesso può essere fatta in quanto membro della Nato: “si tratta di quella che una grande giurista, recentemente scomparsa, Lorenza Caldassare, ha definito una grave falsificazione, in quanto i tre verbi, ripudiare (la guerra), acconsentire (alle limitazioni di sovranità per scopi di pace, promuovere (le organizzazioni preposte a tale scopo) sono formalmente, storicamente e logicamente un tutt’uno". 

Nel periodo storico attuale “in chiave nazionale, come dimostra la gestione del conflitto russo-ucraino vi siano due pericolose tendenze interne, un disegno spropositato al riarmo, a cui è stato desinato il 5% delle spese del Pil, in tempi di forte povertà generale per almeno un terzo della popolazione, e la convinzione che la guerra sia un male necessario, come dimostra l’atteggiamento avuto in relazione al conflitto russo-ucraino". 

Don Marcello Cozzi ha auspicato “a partire dai più giovani, una sorta di “chiamata alle armi”, ossia la necessità di maturare un atteggiamento da sentinelle di pace e di avversità nei confronti dei conflitti/guerre, che, nel caso recente della carneficina della popolazione della Striscia di Gaza, testimonia il processo di disumanizzazione totale a cui si è arrivati.

Ciò che desta preoccupazione è proprio la legittimazione del principio della guerra, che sia ritenuta necessaria, definita Sacra o combattuta in nome di “Dio”, anche perché gli europei dopo la Seconda Guerra Mondiale si sono quasi dimenticati che nel mondo ci sono state e continuano ad esserci guerre”. 

In che modo si prepara una cultura di pace? Secondo don Marcello vi sono tre modi:  

1) il ripudio di cui si parla nell’art.11 e che esprime non solo una netta condanna giuridico-morale ma un prendere a calci la guerra, secondo la traduzione etimologica del verbo latino corrispondente;  

2) il prospettarsi di una forte stagione di disobbedienza collettiva, secondo l’insegnamento di Don Milani, che invitava grandi e giovani a responsabilizzarsi e non essere indifferenti alle guerre;  

3) capire che è la disobbedienza e non il suo contrario la virtù da perseguire, anche se obbedire è una tentazione e disobbedire fa paura, come insegnano i gerarchi e i nazisti condannati a Norimberga per genocidio, che durante il processo provarono a giustificare il loro operato appellandosi alla semplice esecuzione di ordini impartite dai capi. 

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Un incontro di formazione civica destinati anche ai ragazzi delle scuole sul tema della pace e del ripudio della guerra, così come sancito dall’art, 11 della nostra Costituzione.