Si intitola “L’ultimo degli uomini” ed è il titolo della proiezione cinematografica relativa alla figura di San Giustino de Jacobis, a cura dello scrittore Rocco Messina, che è stata presentata Lunedì 5 Gennaio nella cornice del Polo Bibliotecario di Potenza.
L’iniziativa, promossa dal GAL (Gruppo di azione locale) Percorsi, presieduta da Caterina Salvia, affonda le sue radici nell’omonimo spettacolo teatrale che si è tenuto nel 2025 presso il Teatro Stabile di Potenza (vasto successo grazie all’interpretazione di Tonino Centola) e si inserisce nel solco di un lungo lavoro di promozione e valorizzazione del territorio dei piccoli borghi e delle aree interne che lo stesso Gal ha portato avanti, programmaticamente, dal 2014 al 2022.
Il docu-film è la trasposizione audio-visiva di un viaggio nell’anima di un uomo, spesso battezzato il “Padre dell’Etiopia”, che partendo da un piccolo borgo interno della Basilicata, San Fele, è divenuto il Patrono dei Lucani nel Mondo. Non una semplice proiezione cinematografica, ma la ricostruzione della vicenda umana e spirituale di un missionario, la cui azione è ancora oggi guida per l’opera cattolica internazionale, nonché emblema di fede e umiltà.
Paolo VI proclamò Santo il missionario nel 1975, a distanza di 84 anni dal processo di canonizzazione ordinato da Papa Pio X nel lontano 1891 e di cui l’arcivescovo di San Fele, Monsignor. Vito Michele Pascale, è stato un grande sostenitore.
Fu lo stesso Pascale a fornire la documentazione (atti di nascita e di matrimonio) attestante le origini genealogiche lucane (sin dal 1400), e non napoletane, della famiglia De Jacobis, necessaria per mettere a tacere le richieste di spiegazioni avanzate da Padre Luigi Betta (futuro agiografo ufficiale del Santo) e Padre Giuseppe Lucio Lapalorcia, postulatore generale designato dalla Chiesa per condurre lo svolgimento della causa di canonizzazione. I due, infatti, erano in possesso di una lettera scritta di pugno da Beato De Jacobis, dove, in un passaggio, si legge che il padre era un gentiluomo di provincia, discendente di secondo grado da un gentiluomo napoletano.
In verità era costume dell’epoca riferirsi ad una località più ampia e nota come Napoli rispetto ad una piccola e poco conosciuta per indicare la propria provenienza; inoltre, il riferimento al nonno di napoletano fa riferimento al periodo storico di riferimento (1734) in cui il Sud era amministrativamente parte del Regno di Napoli
Si trattava dunque, nel caso dei De Jacobis, non di una famiglia napoletana, trasferitasi a San Fele, ma di una famiglia originaria di San Fele che si sarebbe trasferita a Napoli, ma solo a partire dal 1813.
Tra i meriti di San Giustino è stata ricordata la traduzione del Vangelo nella lingua abissina del tempo, che gli ha permesso di crearsi l’immagine di padre della comunità eritrea.
Mons. Ciro Fanelli, Vescovo della Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa, all'interno del docu-film ha ricordato come Giustino sia divenuto Protettore dei lucani nel mondo nel 2021, a seguito di una decisione della Conferenza Episcopale, che ravvisò in lui l'emblema di come "qualsiasi lucano, che abbandona la propria terra d'origine per lavoro, debba vivere significativamente nei luoghi di emigrazione: da lucano, ha avuto il merito di sopraggiungere nell'antica Abissinia, valorizzando una terra straniera, non solo dal punto di vista religioso, ma anche delle relazioni sociali, umane, e politiche".
La madre di Giustino ravvisò in suo figlio una predestinazione di tipo religioso: all'età di un anno Giustino guarì miracolosamente da una malattia che sembrava non potergli lasciare scampo, mentre all'età di dieci anni, sopravvisse di nuovo miracolosamente, dopo che un asinello su cui incautamente era stato messo in sella, imbizzarrendosi all'improvviso, prese a correre velocemente, dirigendosi verso un burrone, fermandosi a pochissimi metri dall'imminente precipizio.
Giustino svolse il suo percorso sacerdotale italiano dal 1824 al 1838, iniziando il cammino apostolico ad Oria, in provincia di Brindisi, per poi proseguire a Monopoli, Lecce, , infine Napoli, dove torna allo scoppio della pandemia del colera, durante la quale, in ossequio all'insegnamento di Gesù. fornì assistenza ai poveri e ai sofferenti. Noto prevalentemente per l'attività missionaria, è ricordato anche per alcuni autentici miracoli, come nel caso della guarigione del penitente Michele Pepe da Fasano, a cui predisse, dopo averlo confessato, che sarebbe vissuto altri trent'anni, nonostante le condizioni di salute fossero in quel momento particolarmente critiche.
Ogni anno il Comune di San Fele celebra con una festa piena di manifestazioni culturali e civili la figura di Giustino, il 30 e il 31 Luglio, tra cui una novena itinerante per i quartieri del paese, la tradizionale processione e l'assegnazione di borse di studio. Giustino è oggetto di convegni all'estero (sad esempio in Argentina) ed è diventato anche co-patrone della regione Basilicata, oltre a poter essere definito come un anticipatore dell'unitatis redintegratio, ossia del dialogo religioso ed ecumenico tra tutti i cristiani, affinché ai conflitti subentrasse uno spirito unitario. Ciò nonostante a Hebo, città eritrea dove Giustino è sepolto è vestito da vescovo, in contrasto con quella semplicità di spirito che lo condusse, da subito, a vestire come i suoi nuovi compatrioti africani.
Giustino voleva che la Chiesa abissina fosse sé stessa e mantenesse i propri riti, tradizioni, e lingua liturgica, in linea con l'approccio e la visione predominante dell'essere missionario e per sottolinearne la varietà e la ricchezza, che fa di essa, con le sue 20 preghiere eucaristiche la sintesi di tutte le chiese orientali.
Alla figura di Giustino Padre Luigi Mezzadri ha dedicato un libro “Giustino de Jacobis- Passione per il Vangelo. Sogno d’Unità 1838-1860)”, in cui viene messo in risalto il carattere cristiano e mariano del popolo abissino, il solo, tra i popoli africani orientali per il quali il cristianesimo non è stata la religione dei bianchi, ma quella del popolo, in virtù della colonizzazione e annessa evangelizzazione di quella terra nel lontano IV secolo.
L'autore Rocco Messina, che assieme alla voce narrante del documentario, Tonino Centola collabora al celebre programma comico "Mudù" di Uccio De Santis, ha specificato che "inizialmente era indeciso se dedicare al personaggio uno spettacolo teatrale o un film documentaristico; alla fine ha optato per entrambe le soluzioni, trattandosi di un personaggio, che meritava assolutamente di essere approfondito".








