Ci sono luoghi nei quali una parola può pesare più che altrove. E ci sono momenti in cui una penna, un foglio e una base musicale possono trasformarsi in strumenti capaci di aprire uno spazio di libertà anche dove la libertà, fisicamente, non c’è.
È quanto accaduto nell’Istituto Penale per i Minorenni di Potenza attraverso il laboratorio rap “Dalle parole al suono”, un percorso che ha coinvolto i giovani detenuti sotto la guida del rapper e scrittore Francesco “Kento” Carlo.
L’esperienza è stata al centro dell’incontro organizzato al Polo Bibliotecario di Potenza in occasione della presentazione del libro di Kento, Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile: un racconto che prova a guardare oltre i percorsi giudiziari e a restituire, prima di tutto, l’umanità dei ragazzi che vivono all’interno degli istituti penali minorili.
Il principio da cui parte il progetto è semplice, ma tutt’altro che scontato: offrire ai ragazzi uno spazio nel quale poter raccontare ciò che sentono.
La scrittura rap diventa così molto più di un esercizio musicale. Significa trovare parole per emozioni spesso difficili da esprimere, dare una forma alla rabbia, alle paure, ai ricordi e alle speranze. Significa anche scoprire capacità che forse, fino a quel momento, nessuno aveva aiutato a riconoscere.
Kento racconta come la risposta dei giovani sia stata immediata, fatta di partecipazione, creatività e impegno. La sua esperienza nei laboratori all’interno degli istituti penali minorili dimostra quanto fiducia e ascolto possano fare la differenza: quando ai ragazzi viene concesso uno spazio autentico di espressione, quello spazio può trasformarsi in una possibilità concreta di crescita.
Quando un pomeriggio sembra non finire mai
Anche una semplice frase può diventare una canzone.
Durante il percorso nell’istituto di Potenza, uno dei ragazzi ha raccontato a Kento una particolare percezione del tempo vissuto durante la detenzione: gli anni possono sembrare trascorrere velocemente, mentre alcuni pomeriggi sembrano non finire mai.
Da quella riflessione è nata l'ispirazione per un brano inedito.
Ed è forse proprio qui che si comprende meglio la forza di un laboratorio come questo: la musica riesce a trasformare un'esperienza personale in qualcosa che può essere condiviso. Un pensiero pronunciato quasi per caso diventa verso, ritmo, racconto.
La reclusione non scompare, naturalmente. Ma attraverso la scrittura può essere osservata, raccontata e, almeno per qualche momento, oltrepassata.
L'iniziativa nasce dalla convinzione che attività artistiche e laboratori condotti da professionisti esterni possano avere un'importante funzione pedagogica.
Musica e scrittura permettono infatti di lavorare non soltanto sulle competenze artistiche, ma anche sulle relazioni, sulla fiducia, sulla capacità di ascoltare e di essere ascoltati.
Durante il progetto i giovani hanno avuto modo di confrontarsi anche con professionisti del settore audiovisivo e musicale, trasformando l'istituto in un vero spazio di formazione.
L'obiettivo va oltre la realizzazione di una canzone: si tratta di costruire un ponte con il mondo esterno e contrastare quello stigma che rischia di accompagnare un giovane anche dopo la conclusione della sua esperienza detentiva.
Perché parlare di rieducazione significa necessariamente parlare anche di seconda possibilità.
All'incontro è intervenuta anche Anna Gloria Piccininni, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Potenza, richiamando l'importanza di mantenere vivo il rapporto tra i giovani detenuti e la società esterna.
L'IPM di Potenza rappresenta una realtà di dimensioni contenute, nella quale i ragazzi possono essere seguiti con particolare attenzione. Ma proprio per questo diventa fondamentale moltiplicare le occasioni di incontro, formazione e confronto.
Entrare negli istituti con libri, musica, laboratori e competenze significa ricordare ai giovani che il carcere non può e non deve essere l'unico orizzonte possibile.






